Polvere di stelle negli occhi a mandorla

In una notte stellata con la luna quasi piena ero in viaggio di ritorno e osservava nel cielo quella grande stella, tanto luminosa che sembrava volesse indicarle la strada, non si discostava mai e ad ogni sguardo s’illuminava al punto da accecare quello sguardo smarrito ed impaurito da un buio calato all’improvviso.

Il pensiero correva veloce quasi volesse cancellare per sempre gli ultimi mesi trascorsi alla finestra nell’assistere chi di paura né aveva molta di più, perché senza speranza.

Nessun rumore e nessun silenzio, la notte compariva come qualcosa oltre l’immaginario, mentre l’orologio avanzava la sua corsa verso il giorno a venire. Continua a leggere “Polvere di stelle negli occhi a mandorla”

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Quel riservo che ci donano gli animali

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Quando i pensieri corrono troppo in fretta,

quando le parole sono come sassi di una montagna che si sgretola,

quando vorresti fermare il destino,

quando l’amore per gli animali é un grande silenzio che parla con loro,

il resto delle cose ci sembrano così lontane da non sentire più il loro rumore.

Quando la loro presenza ci incoraggia ecco che ci si sente più fragili come polvere al vento. Questo é il loro grande riservo senza mai chiedere. Continua a leggere “Quel riservo che ci donano gli animali”

Il teatro del bugiardo patologico

 

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La bugia patologica si presenta quando una persona mente senza voler mai distinguere la verità dalla fantasia, e le bugie che dice finiscono inesorabilmente per danneggiare la sua vita.

Una di queste forme alterate di realtà riguarda la figura dell’uomo-Pinocchio. Tutti conosciamo la favola: il burattino Pinocchio si opponeva alle figure genitoriali (Geppetto/padre e Fatina/madre), usando le bugie come giustificazione del suo operato.

Nei bambini è normale questo tipo di comportamento, purché non diventi – da adulti – un vizio patologico, preferendo cosi rimanere “eterni fanciulli”, e continuare a mentire. Questo finisce per generare due mondi: quello reale e quello fantastico, che nella mente del bambino si confondono ma che, in alcuni tristi casi, proseguono anche in età adulta.

Il bambino inventa storie per evitare di soffrire, di avere responsabilità non volute e compiti non accettati, da adulto bugiardo poi, cercherà sempre di evitare la verità, e di presentare la propria versione come unica e vera, ma insostenibile.

Ed è così, che l’adulto, non riesce a comprendere il suo operato, e lo ritiene anzi normale. Si è quindi così abituato alla sua vita “fantastica”, da non riuscire più a distinguerla dalla realtà, e anche se gli si dovesse provare che le cose non stavano così, rifiuterà la realtà spiacevole.

Illudendo sé stesso, illude anche gli altri, perché ritiene la bugia necessaria per vivere bene nella sua presunzione.

Tale individuo ha un fortissimo bisogno di mantenere l’autostima alta, e lo fa mentendo e cercando conferme per il proprio operato. Quasi mai si rende conto della propria condizione, e anzi ritiene di essere del tutto normale ed equilibrato. Quando è scoperto l’inganno, di solito si pente per quel che ha fatto, ma dopo poco tempo torna a ripetere il copione iniziale e a mentire a tutti. Non prova un vero senso di colpa o vergogna per le sue azioni, in quanto ritiene sempre di agire nel giusto e di doversi difendere da chi lo accusa.

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LE RÉGIME ESTHÉTIQUE

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Dematerializzazione, concettualizzazione, ibridazione, documentazione: nel paradigma contemporaneo l’opera d’arte si estende ben al di là dell’oggetto, ed essa lo fa inoltre integrandone la dimensione temporale. In questo senso le “arti plastiche” o visual arts, come si dice ormai in luogo delle tradizionali “belle-arti”, tendono a non essere più soltanto arti dello spazio, ma anche arti del tempo, non fosse altro che per la loro dipendenza nei riguardi del racconto che le fa esistere. Integrando nella loro esistenza non soltanto il racconto ma anche la durata e, con essa, la possibilità di variazioni nel­l’e­secuzione, i differenti generi propri dell’arte contemporanea si allontanano dalle arti plastiche per avvicinarsi alle arti dello spettacolo vivente (teatro, musica), della letteratura e del cinema. Continua a leggere “LE RÉGIME ESTHÉTIQUE”

Anna Pavlova, il più bel “Cigno” della danza

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Un memorabile ricordo di Anna Pavlova, tratto dal libro “Flight off the season” di André Olivéroff del 1932.

 

Anna Pavlova, la più grande ballerina di tutti i tempi, una leggenda capace di trascendere la bellezza della danza e del suo carattere.

Il segreto della sua grandezza, era la sua stessa origine, il suo coraggiosa e ferreo impegno all’arte che amava, in lei viveva quel l’impegno senza sosta che é l’altro nome di una evidente genialità.

Ogni mattina alla sbarra, giorno dopo giorno, ripetendo sempre gli esercizi che aveva imparato prima dei sedici anni alla Scuola imperiale di ballo di Pietroburgo. Cercava sempre di raggiungere la perfezione, che per tutti era raggiunta ma mai per lei stessa.

Anna, sembrava che volasse via con il vento, come le più leggere piume di un cigno. E ogni volta nel fare il suo ingresso c’era una cassetta di pece greca pronta per lei, che strofinava sulla punta delle scarpette per non scivolare sul palcoscenico. Poi restava immobile sulle punte, palpitando come una farfalla, per far entrare la pece. Tutto era un rito, dapprima si piegava in avanti e premeva il palmo delle mani a terra per scegliere i muscoli della schiena, e poi tendeva i piedi in avanti, indietro e infine lateralmente.

Quando si sentiva nervosa si faceva il segno della Croce. Una volta finiti tutti i preparativi, rimaneva in piedi tra le quinte, appoggiandosi con la mano a una scena, una gamba più avanti dell’altra, con le punte delle scarpette ad angolo retto e attendendo che l’orchestra le desse il segnale per entrare. Gettava così le braccia all’indietro, dritte e rigide, in un gesto che sembrava lasciare alle spalle ogni cosa…e prendeva il volo sui piedi alati.

Ciò che la contraddistingueva e la rendeva magica, era il suo modo di camminare, il suo portamento elegante, leggero ma sopratutto inconfondibile. Era così diversa, così raffinata, che esprimeva in ogni istante la quintessenza della sua personalità luminosa. Questo suo camminare non nascondeva alcun trucco per far presa sul pubblico, lei si muoveva in modo naturale, quasi come un uccello esotico e sussiegoso.

Non poteva sfuggire al fascino che la sua personalità sprigionava, così connesso con l’eleganza del suo corpo, del suo stesso incedere. La sua era una combinazione di grazia con una forza e resistenza straordinaria.

Erano i suoi piedi arcuati a custodire un segreto che nessuno, guardandola dalla platea, avrebbe potuto scoprire, un segreto che dava una finezza inarrivabile alla sua danza. Poi il suo viso, espressivo a tal punto che sembrava fondersi con la forza espressiva dell’intero corpo, fino a fare un unicum, uno strumento di perfezione sul quale la sua immaginazione si esprimeva all’infinito.

Anna Pavlova

Muoveva il suo corpo come fosse musica, ogni nota nella scala delle emozioni umane, così come quando la si vedeva ballare nel Valzer di Natale. Mentre nella parte di Cleopatra ammaliatrice, ella impersonava tutta la seduzione di un mondo sofisticato. Mentre in Gisella suscitava una tenerezza stravolgente per quella fanciulla troppo fragile per questa terra.

Ma é nel Cigno che lei trasportava gli spettatori come su ali nel fantastico mondo della natura, un mondo che al tocco vinificatore di un genio, si faceva pieno di significato. Così che la morte del Cigno diventava il simbolo di tutte le morti, e il palpito della farfalla il simbolo di tutte le gioie.

Anna Pavlova, un cigno danzante che nessuna dimenticherà mai.

 

 

 

 

Hi tibi dabunt ad aeternitatem iter

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Dialogare con Socrate, dubitare con Carneade, goderci la vita con Epicuro, dominare con gli Stoici la natura umana, superarla con i Cinici. E se la natura ci consente di essere partecipi di tutte le età, perché non dovremmo, in questo breve passaggio che é la vita, dedicarci con tutto l’animo a queste verità eterne e condivise dei migliori fra noi? 

Ecco perché possiamo considerare impegnati sul serio soltanto coloro che si dedicano ogni giorno allo studio di Zenone, Pitagora, Democrito, Aristotele, Teofrasto e gli altri cultori della vera scienza. Nessuno di coloro si farà negare, nessuno mancherà di congedare più felice, più amico il visitatore, né lo lascierá andar via a mani vuote; e tutti potranno andarli a trovare, di notte e di giorno. Continua a leggere “Hi tibi dabunt ad aeternitatem iter”

I canti di Natale e le loro origini

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Come ogni Natale tornano le musiche e gli inni che si ripetono da secoli e che ricordano l’esultanza della cristianitá, ma non sempre era così.

Eseguiti in varie lingue, in Italia anche in dialetto, sono il più popolare mistero della Notte di Natale e la maggior parte di questi canti “pastorelle” in italiano, “weihnachtslieder” in tedesco, “Carolis” nei paesi anglosassoni si concentrano principalemente sull’evento e i suoi protagonisti.

Il tema più frequente è quello della povertà, come nel caso della pastorello “ Tu scendi dalle stelle” di Sant’ Alfonso de’ Liguori (1696-1787).

Alcuni di questi canti non hanno che un lontanissimo rapporto con il Natale. In uno si glorifica il Re Venceslao, santo patrono della Cecoslovacchia, ucciso per gelosia dal fratello Boleslao sulla porta di una cappella nel 929. Continua a leggere “I canti di Natale e le loro origini”

Uno spinoso agrifoglio

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L’usanza di decorare la casa con ramoscelli e corone d’agrifoglio è una delle più antiche tradizioni natalizie. Le lucenti foglie dalle punte aguzze, verdi per tutto l’inverno, sembrano una promessa perenne; le bacche rosse vivo esprimono gioia ed esultanza.

Il gaio aspetto dei ramoscelli fa parte della letizia di quei giorni, della tregua degli animi, del caldo senso di benessere, dagli inni natalizi, dallo scampanio festoso e della risa spensierate dei bambini.

Ma la sua storia risale a secoli remoti, perché già nell’antica Roma corone d’agrifoglio venivano mandate agli sposi novelli per esprimere felicitazioni. Durante i gai Saturnali, la festa del solstizio d’inverno dedicata al Dio della seminagione, i Romani inviavano agli amici questa pianta in segno di stima e d’augurio. Come altri popoli d’Europa, loro – i romani – credevano che l’agrifoglio scacciasse gli spiriti maligni. E Plinio il Vecchio scrive che proteggeva la casa dai fulmini.

Continua a leggere “Uno spinoso agrifoglio”

B.B. e la crociata di un’attrice

Alla fine del settembre 1981 a Saint Tropez,  il figlio di una fioraia uccise a bastonate il gatto di casa. Quando la notizia cominciò a circolare tra i residenti, una donna dai capelli biondi andò al negozio e si scagliò come un uragano contro la padrona.

Si trattava di Brigitte Bardot, una vera celebrità che la fioraia pensò bene di portare in tribunale, così avrebbe potuto di godere di fama per soddisfare la sua fame d’invidia.

La corte di appello di Aix-en-Provance confermò la prima sentenza che diceva che gli accessi verbali sono da deplorare, ma che furono provocati da un atto di violenza in cui l’imputata vide Un attacco contro la vita stessa, assolvendo definitivamente l’attrice.

Lei che divenne un’attrice senza volerlo, era nata a Parigi il 28 settembre del 1934 e da bambina sognava di diventare ballerina; a 14 anni riportava già successi nella danza che le consentì di essere ammessa alla scuola di ballo dell’Opéra. Una modista di cappelli le chiese di danzare con una collezione appena creata che aveva chiamato “Brigitte”, fu allora che una redattrice notò la ballerina e le chiese di posare per la sua rivista. Intervenne però il padre, Louis Bardot, che consentì a patto che non comparisse se non come B.B.

Dopo la pubblicazione di quello scatto fotografico, Brigitte fu notata dal regista Marc Allégret e incaricò Roger Vladimir Plemiannikov (Vadim) di sottoporre la ragazza ad un provino. Il padre consentì convinto che non avrebbe avuto successo. E fu così, secondo il regista non c’era futuro perché lei, recitava biascicando. Ma Vadim innamorato (aveva solo 21 anni) decise di prenderla sotto la sua guida, dandole qualche particina. La sposò nel 1952.

Fu il film E Dio creò la donna la rese famosa – nel 1956 – dove apparve nuda per pochi minuti nella parte di Juliette, una parte che fece più scalpore di altre recitate anche da Marilyn Monroe.

La sua vita di attrice la costringeva però a scegliere spesso di nascondersi, dovunque andasse era braccata come un animale. Nel 1960 dette ala luce suo figlio Nicolas, e fu costretta, per non essere assalita dai paparazzi, a partorire a casa.

Logorata da questa caccia logorante, una sera inghiottí un intero tubetto di tranquillanti e nonostante la sua vita fosse appesa ad un filo, i fotografi bloccarono l’autobulanza in mezzo al traffico nel cercare di fotografarla.

A soli 39 anni aveva interpretato 48 film, quando improvvisamente decide di smettere, giudicando se stessa dicendo “dei miei film ne salvo sì e no al massimo cinque”.

Vendette la Rolls Royce e si isolò nella sua dimora a Saint-Tropez dichiarando di non voler essere più un bell’oggetto ma un essere umano come tutti.

Da li la sua decisione di proteggere gli animali, accudendo cani e gatti randagi o strappati dalle mani dei loro carnefici.

La sua campagna più famosa rimane quella del 1977, quando tentò di mettere fine alla strage dei piccoli di foca nel Canada Orientale. Dopo che B.B si fece fotografare con il viso dentro ad una pelliccia di una foca di pochi giorni, il presidente Valery agiscano d’Estaing annunciò che avrebbe proibito l’importazione di pelli di foca, con un 90% dei francesi a favore della campagna della Bardot.

Da allora Brigitte si batte per ottenere severe norme che regolino la vivisezione nei laboratori, se gli animali feriti non vengono assistiti e tante altre crudeltà inflitte.

A coloro che la rimproverano di difendere gli animali quando milioni di esseri umani soffrono e muoiono, lei risponde “A mio modo di vedere, si tratta di piccole battaglie. Le persone capaci di maltrattare gli animali sono spesso le stesse che spingono alla disperazione gli esseri umani più derelitti. Io faccio tutto ciò che posso”. Continua a leggere “B.B. e la crociata di un’attrice”