Roma, 1 novembre 2018

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Ore 6.00 Stazione Termini, Roma.

È un giorno di festa ed è ancora buio, la fila di taxi fa da barriera al mondo che vive nella grande stazione ferroviaria di Roma, dove persone partono e arrivano e molte altre soggiornano, e non sono extracomunitari, sono persone che hanno perso il lavoro, la casa e la famiglia e non viaggiano con il cartone e una busta del supermercato sfondata da cose recuperate nei cassonetti, ma con un trolley vecchio, zoppo e pieno di ricordi.

Qualche uomo ha fatto la barba da qualche giorno e qualche donna ha ancora le calze fini e il mocassino che usava per andare alla messa  al suo paese, quando il prete benediva ancora i fedeli.

Cercano riparo all’interno della stazione, seduti su sedie pieghevoli da giardino con affianco i loro unici averi, coperte e confezioni di cibo scaduto. Se si mettono sotto la bella vetrina dal grande marchio ecco arrivare la sorveglianza che li allontana, del resto le aziende e le multinazionali pagano lo spazio anche di chi sta a guardare dal di fuori, insomma si paga il biglietto se si vuole vedere le luci del luna park e anche per solo partecipare alla scena e immaginare di avere una parte nello spettacolo.

Ecco allora che queste persone si mettono in fila lungo le vetrate automatiche dell’ingresso della stazione, lì è suolo pubblico e possono restare. Uno dietro l’altro e se fa freddo si avvicinano sul pavimento di pietra, spesso umido, mentre scompaiono sotto giornali e vecchie coperte per cominciare finalmente a sognare una vita migliore.

Il giorno sta per arrivare, i primi che si alzano sono quelli con un fare più decoroso  a con il volto solcato dal tempo; piegano con cura le coperte come facevano quando erano a casa e le sistemano con le altre cose e si incamminano, per dove non si sa, forse solo poco più in là.

Nel frattempo arrivano i pendolari dalle località vicine, sono tutte persone semplici, magari fanno servizio nei tanti locali della capitale o chissà. Vanno di fretta ma spesso allungano qualcosa nella mano delle persone indigenti, qualcuno lascia anche qualcosa da mangiare tanto per augurare loro una giornata migliore. Sono solo i pendolari a partecipare a questo inizio di tante giornate tutte uguali tra loro, che a differenza dei manager o presunti tali che arrivano dalle grandi città con zainetto figo, scarpe della vetrina non accessibile ai senza tetto e con la sforfia sempre pronta di un “per carità” se ne vanno di corsa al taxi per non arrivare tardi al meeting dove discutere le nuove strategie per conquistare il paradiso, magari quello finto e allestito per l’occasione alla Stazione Termini.

Siamo noi i nuovi poveri di un mondo con un esercito di ipocriti vestiti a festa che non vogliono vedere.

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