Pierre Joseph Redoutè

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Chiamato anche il “Raffaello dei fiori”, Redoutè è il più ricercato degli artisti di acquerello mai esistiti. Le sue opere sono custodite in musei, biblioteche, palazzi e soprattutto amate da collezionisti di tutto il mondo, disposto a spendere qualsiasi cifra per aggiudicarsi un suo lavoro ancora disponibile sul mercato.

Pierre-Joseph Redoutè nacque nel 1759 a Saint-Hubert nelle Ardenne da una povera famiglia di decoratori ed é proprio in questo contesto che manifesta un grande interesse per la pittura e per i fiori, che lui stesso chiamava “le stelle della terra”. Appena fanciullo lascia la casa paterna e cerca di guadagnarsi da vivere facendo il pittore ambulante. A 20 anni o poco più si trasferisce dal fratello a Parigi dove con il fratello progetta e disegna scenari.Ma così abituato a vivere in campagna non poteva fare a meno di trascorrere il suo poco tempo libero nel giardino reale a fare schizzi di erbe e fiori. E furono proprio questi disegni ad attirare l’attenzione di una persona influente e appassionata di botanica, il giudice della Corte Suprema Charleston L’Héritier de Brutelle, il quale gli insegnò a selezionare le piante e poi a disegnarla secondo un criterio scientifico.Iniziò così una vera collaborazione professionale, L’Héritier scriveva i testi di botanica e Redouté li illustrava.

Fu lo stesso L’Héritier a presentare a Redoutè il conservatore della Collezione di Pergamene della Biblioteca reale, un certo Gerardus van Spaendonck. Da lui apprese la tecnica della pittura su pergamena – pelle di vitello nato morto e resa impermeabile attraverso un trattamento speciale – e divenne così bravo da essere assunto come collaboratore della collezione. Continua a leggere “Pierre Joseph Redoutè”

Illusivitá della fotografia: l’invisibile

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Freud aveva spiegato la potenza dell’arte come “coscienza dell’illusività”: l’artista e il fruitore sono consapevoli del fatto che l’arte non sia la realtà, che rappresentare la morte, o il dolore, o il male, o la felicità.

Nella fotografia, la realtà è rubata all’intimitá e può non coincidere con il contenuto visibile, ma è proprio tale apparente finzione che consente di vivere appieno ed emotivamente in modo intenso quello stesso contenuto.

E qualsiasi elaborazione mentale di ciò che ci appare è un passo verso una maggiore felicità: riuscire a pensare e a provare emozioni che generano di per sé una sorta di appagamento.

È l’invisibile la coscienza dell’illusivitá di un vero fotografo. Continua a leggere “Illusivitá della fotografia: l’invisibile”

La fotografia non è selfie made man

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La fotografia esce da un’era dominata dal reportage, dalla moda e dalla pubblicità. Ora le immagini sono dominio di tutti e non solo del mondo della comunicazione che detta le sue regole. Ora gli album di famiglia sono Instagram, Facebook, Flick, spesso condivisi senza riservo dalla maggior parte delle persone. L’osservazione del mondo esterno, un paesaggio, un conflitto, una nuova moda – che era richiesto nel mondo della fotografia è stato contaminato da una moltitudine di linguaggi, molto più spontanei e autodidatta, dove vince troppo spesso il proprio autoritratto. Un irrefrenabile modello che coincide con l’attuale momento storico sempre più conflittuale tra il desiderio di mettersi in gioco e il desiderio di apparire per esporre gli aspetti più fragili della propria personalità.

Ma la fotografia non è selfie.

L’autoritratto è narcisismo quando è semplicemente utilizzato per guardarsi, apprezzarsi e mettere in luce alcuni aspetti fisici o di personalità.

E’ esibizionismo quando è condiviso, quando racconta le nostre vite, quello che facciamo e dove siamo, prestando magari il proprio smartphone per immortalarsi nella scena e riproporla sui propri social album in attesa di acclamazione. Continua a leggere “La fotografia non è selfie made man”