Scrivere romanzi è un atto contro Dio, contro quell’opera di Dio che è la realtà

“Balzac creolo”è un personaggio in cerca d’autore, inventore di storie melodrammatiche per un programma feuilleton di Radio Lima – come Hollywood nei tempi cineasti -. Tre cose lo affascinavano: quello che diceva, l’austerità della sua vita interamente consacrata a un’ossessione, e la sua capacità di lavoro, il suo era un romanzo radiofonico. Un narrare fantastico, a volte compulsivo dove le storie più disparate trovano l’esaltazione emotiva: morti segrete, sangue e passioni. Ma c’è anche “Mario” -autobiograficamente sottinteso”, uno scrittore, aspirante, portato ad una magnificenza dell’immaginario, capace di emozionarsi alle parole. Raccontarsi equivale sempre – in misure minore o maggiore – a ricostruirsi, a trascegliere all’interno del passato, a lavorare alla propria immagine ideale.

Non sapeva scrivere nè leggere musica e non imparò mai a farlo. Lavorava d’orecchio, a base di intuizione. Una volta che aveva imparato la melodia, la cantava ad un professore del quartiere, e lui gliela metteva in note e pentagrammi. Non volle mai amministrare il suo talento: non brevettò mai le sue composizioni: La mia religione non si vede, ma vi è un tremare nel desiderio di scrivere.

Come?

amor, con amor, con amor

Che fai?

porto un fior, un fior, un fior

Dove?

all’occhiel, all’occhiel, all’occhiel

Per chi?

per una donna, una donna, una donna

Pensieri da “La zia Julia e lo scribacchino” di Mario Vargas Llosa

 

 

 

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