Primo capitolo: Avrei voluto…

Arrivati al dunque nella vita, vi è un momento che sorge un senso di confusione, la paura di non farcela, un sentimento di oppressione che carica dall’alto il peso di una responsabilità che non esiste ma che, in quell’istante sembra prevaricare su qualsiasi pensiero. Per uno scrittore è ancora peggio, avere il coraggio di rimettersi in gioco nella narrazione è come camminare nudi in mezzo alla gente. Abbassare la testa su un tavolo da gioco dove sei l’unico giocatore di poker, nulla da perdere se non la calma.

Ora è solo da capire se riuscirò mai a risolvere questo eterno dubbio…ecco il primo capitolo, gli anni ’70.

Quell’Italia del miracolo che non tornerà mai più

Suonava la sirena delle cinque del pomeriggio,dal cancello della fabbrica uscivano flotte di biciclette, uomini in tuta blu con le braghe pinzettate da mollette di legno per evitare che si infilassero nella raggiera della ruota posteriore e donne ancora con il camicie blu avio e bottoni metallici con cuori, quadri, picche e ori incisi, sopra abiti di cotone e capelli raccolti da una larga fascia modello Saint Tropez.

Erano gli anni fine sessanta in un Italia che brulicava di vivacità in una ripresa economica che portava televisori in ogni cucina e lavatrici che camminavano per la stanza. Il telefono nero lo si vedeva in canonica del prete come una reliquia o al bar della curva, dentro ad una maleodorante cabina rivestita di finto legno e linoleum verde oliva sul pavimento,  la telefonata doveva essere passata e se la linea dava la connessione, dopo avere sfilato dallo spiedo un boero con una specie gommosa di ciliegia e masticato il brandy presente, il tutto era vissuto come un evento simile a Pasqua o Natale.

Era il bar delle fabbriche, era il bar del Gatto Nero, un pittore che amava ritrarre tutti i giovanotti che si fermavano nel dopo lavoro per una partita a carte o a biliardo, mentre altri si portavano nel retro per disputare un partita con le bocce, di legno o metallo gettate contro un povero pallino bianco che si doveva sopportare ogni tipo di volgarità da parte dei partecipanti. Tre campi da gioco delimitati da una serie di tavole di legno e in fondo un muro a sassi che impediva di vedere le altre fabbriche che stavano erigendo, le prime aziende di cofani funebri.

Caricature ovunque appese al muro,  nasi e bocche inclinate con cicche sempre accese, poi intramezzi di specchi nello stile della pop-art con la pubblicità di gazzose o rossi bitter e infine, sull’angolo ad almeno due metri di altezza, un televisore posto su una gonna di panno verde con accanto  il vaso con gelsomini di plastica che omaggiava la bottiglia stilizzata con la forma di una madonna.

Nella credenza a vetri del banco posto sotto il piano lucido dalle sfilate veloci dei bicchieri serviti, olive verdi, uova tagliate a metà infilzate da una cipolla, polpette simili a munizioni di vecchi cannoni, tonno sbriciolato nella grande scatola di alluminio e sgombri pressati in olio di semi vari. Al banco la signora spagnola, dalla chioma nero corvino raccolta in altezza come si usa fare per un ballo di flamenco, gentile con tutti ma soprattutto con i bimbi che arrivavano per chiedere un cono gelato al limone e fragola, del resto erano gli unici gusti che venivano nascosti dal coperchio in alluminio, uno dei quali era piuttosto ammaccato, probabilmente era caduto più volte sul pavimento in pietra rossa, anch’essa scheggiata e piena di strisci di sedie e spostamenti di tavoli, un vero percorso di guerra per raggiungere il bagno, o meglio il gabinetto con la turca.

©marikalion

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